EACH: le domande che fanno crescere l’educazione
Che cosa resta di una sperimentazione europea nei servizi all’infanzia? Con Filò e la pedagogista Cadiai Nicoletta Chieregato raccontiamo EACH: dal dialogo filosofico con bambine e bambini agli strumenti per riflettere sul lavoro educativo e continuare a migliorarlo insieme.

Come facciamo a sapere che una bottiglia contiene proprio acqua? Un fiore ha valore anche se non serve a noi? Sono due esempi delle domande che possono alimentare un dialogo filosofico nell’infanzia: un percorso di ricerca in cui bambine, bambini e persone adulte esplorano insieme idee e punti di vista.
Su questo approccio ha lavorato EACH – Early Childhood and Sustainable Citizenship Routes in the Digital Era, progetto europeo Erasmus+ che intreccia pensiero critico, educazione ecologica e uso consapevole delle tecnologie digitali. Cadiai vi ha partecipato insieme all’Università di Bologna, all’associazione Filò. Il filo del pensiero e ad altri partner europei.
Che cosa lascia questa esperienza nel lavoro educativo? Ne parliamo con l’associazione Filò e con Nicoletta Chieregato, pedagogista Cadiai: dalle attività sperimentate con bambine e bambini agli strumenti e alle competenze che possono continuare a crescere nei servizi, anche dopo la conclusione del progetto.
Pensare insieme, fin dall’infanzia
Che cosa significa esercitare il pensiero critico nei primi anni di vita?
Filò: Significa non fermarsi alla prima risposta: porsi domande, cercare spiegazioni e confrontarsi per capire qualcosa in più. Lo riconosciamo nella curiosità di bambine e bambini e nei tentativi di spiegare ciò che pensano.
Di fronte a un fiore che sboccia, per esempio, possono chiedersi perché stia crescendo o se faccia male al ramo. Cercano una spiegazione e provano ad assumere un punto di vista diverso dal proprio. Nella prima infanzia il pensiero critico si manifesta soprattutto così: nelle domande, nell’immaginare possibilità e nello scoprire che non sempre esiste un’unica risposta.
Come si costruisce un dialogo filosofico?
Filò: Si parte da una curiosità, una domanda o qualcosa che è accaduto, prendendosi il tempo per esplorarlo insieme. Possiamo mostrare una bottiglia contenente un liquido e chiedere che cosa ci sia dentro. Alla risposta «acqua», anziché confermare subito, possiamo domandare: «Come facciamo a saperlo? Ci sono altri liquidi che le assomigliano?».
Il ruolo adulto è fondamentale: ascoltare, aiutare a motivare le risposte e mettere in relazione gli interventi. Il pensiero può emergere anche da un gesto, un’immagine o un ricordo: occorre riconoscerlo e creare le condizioni perché incontri quello delle altre persone.
Accompagnare questa ricerca significa anche distinguere quando occorre dare un’indicazione e quando è utile lasciare spazio al confronto.
Un approccio che interroga anche chi educa
Come può entrare questo modo di lavorare nella quotidianità dei servizi?
Nicoletta Chieregato: Occorre distinguere il dialogo filosofico strutturato da un atteggiamento di apertura e ricerca. Le pratiche dialogiche richiedono competenze specifiche e si propongono generalmente dai 4–5 anni; nella stessa forma non sono adatte al nido.
Un approccio aperto allo stupore e al confronto può invece accompagnare molte esperienze quotidiane. I materiali di gioco non strutturati, per esempio, permettono di esplorare soluzioni senza un risultato prestabilito. Nei laboratori con la luce, uno stesso oggetto può apparire più grande o più piccolo: un’occasione per formulare ipotesi, verificarle e discuterle.
Per sostenere queste esperienze, anche educatrici, educatori e insegnanti devono poter interrogare le proprie abitudini. Formazione, osservazione e confronto in équipe alimentano competenze che non si acquisiscono una volta per tutte.
L’ecologia oltre le buone abitudini
Che cosa aggiunge il dialogo filosofico all’educazione alla sostenibilità?
Filò: Differenziare i rifiuti e non sprecare acqua sono comportamenti importanti. Ma possiamo anche interrogarci sulle ragioni che li sostengono. Anziché limitarci a dire di non strappare un fiore, possiamo chiedere: «Perché non dovremmo strappare un fiore? È importante anche se non serve a noi?».
Sono domande che aiutano a considerare l’ambiente oltre la sua utilità per gli esseri umani e a riflettere sulle responsabilità che abbiamo verso ciò che ci circonda.
Nicoletta Chieregato: Nella sperimentazione abbiamo lavorato sulle interdipendenze anche attraverso il corpo e l’esperienza. Nell’attività Web of Life, bambine e bambini erano invitati a collegare diversi elementi dell’ambiente: le relazioni venivano rappresentate fisicamente, discusse e sperimentate insieme.
Altrettanto importante è il coinvolgimento emotivo. Collegare questi temi a ciò che suscita meraviglia, interesse o desiderio di cura permette di viverli come questioni che ci riguardano, sulle quali costruire significati condivisi.
Il digitale come occasione per fare domande
Quale spazio possono trovare le tecnologie?
Filò: Un video può aiutarci a conoscere un animale, ma anche a domandarci: «Da che cosa capiamo che è spaventato? Possiamo sapere che cosa prova soltanto guardandolo? Che differenza c’è tra vederlo sullo schermo e incontrarlo nel suo ambiente?».
Il valore educativo sta nell’esperienza che costruiamo intorno allo strumento. Serve una mediazione adulta che scelga le tecnologie in funzione degli obiettivi e lasci spazio al dialogo. A volte sarà utile uno schermo, altre volte l’osservazione diretta: entrambe possono alimentare una ricerca condivisa.
Uno strumento per rileggere il proprio lavoro
EACH ha sviluppato uno strumento di autovalutazione e riflessività professionale. Come può aiutare le équipe?
Nicoletta Chieregato: Nelle sue diverse sezioni, lo strumento collega tre dimensioni: «Che cosa sto facendo?», «Che cosa stiamo facendo?» e «Che cosa vorremmo fare?». Dalla riflessione individuale si passa al confronto di gruppo e alla pianificazione di nuove azioni.
Lo strumento offre anche suggerimenti concreti. Se ci accorgiamo di lasciare poco spazio alle opinioni e alle scelte di bambine e bambini, possiamo iniziare offrendo alternative tra materiali, canzoni o storie, oppure ponendo domande aperte. Poi osserviamo che cosa cambia nella partecipazione.
Non serve ad assegnare un voto al proprio lavoro, ma a riconoscere ciò che possiamo consolidare o migliorare. Anche una valutazione positiva può aprire nuove possibilità.
Che cosa resta dopo il progetto
Come può una sperimentazione diventare parte della cultura educativa di un servizio?
Nicoletta Chieregato: Restano risorse utilizzabili: materiali, portfolio delle attività, report di buone pratiche e strumento di autovalutazione. Permettono di riprendere le esperienze e adattarle a contesti diversi.
Ci auguriamo però che rimanga soprattutto la consapevolezza che bambine e bambini possono partecipare alla costruzione della conoscenza, insieme al desiderio di continuare a ricercare e formarsi. Per dare continuità a questo approccio servono équipe che possano discuterne, sperimentare e tornare sulle proprie scelte. È il confronto sostenuto nel tempo a trasformare un progetto in un modo di lavorare.
Quale domanda portereste nella pratica quotidiana?
Filò: «Che cosa significa per te educare?». Continuare a porsela aiuta a non dare per scontati il proprio ruolo e le convinzioni che lo orientano.
Nicoletta Chieregato: «Credo davvero che dare spazio al pensiero di bambine e bambini faccia parte del mio ruolo educativo?». Prima delle azioni, occorre interrogare le idee che guidano il nostro modo di vedere.
Le domande continuano, insieme
Continuare a interrogarsi sul proprio lavoro significa anche trovare occasioni per condividere esperienze e prospettive. È con questo spirito che Cadiai, il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e Filò organizzano il convegno “Pensare il mondo, abitare la Terra. Pensiero critico ed educazione ecologica nella prima infanzia”.
L’incontro permetterà di approfondire quanto emerso dalla sperimentazione di EACH, conoscere le linee guida e lo strumento di autovalutazione e partecipare a sessioni di dialogo filosofico. Un modo per esplorare insieme gli approcci raccontati in questa intervista e le possibilità che aprono nel lavoro educativo.
L’appuntamento è mercoledì 4 novembre 2026, dalle 9.00 alle 12.30, nell’Aula 3 di via Zamboni 32 a Bologna, con accesso da via del Guasto 3.
La partecipazione è gratuita, su iscrizione e fino a esaurimento dei posti disponibili.