Un documentario nei luoghi della cura
La proiezione del documentario Il Pilastro al Centro Diurno I Tulipani ha offerto l’occasione per riflettere sul valore del welfare culturale. In questa intervista, il regista Roberto Beani racconta il ruolo del cinema nel generare memoria, partecipazione e comunità.

Siamo al Pilastro, nel Centro Diurno I Tulipani. Per le persone anziane che frequentano il centro, i familiari e il personale oggi c’è una programmazione speciale: sullo schermo scorrono le immagini de Il Pilastro, il documentario di Roberto Beani che racconta la nascita e l’evoluzione di uno dei quartieri più conosciuti di Bologna. Accanto a loro, in sala, c’è anche il regista.
La proiezione diventa presto qualcosa di più della visione di un film. Le immagini fanno riaffiorare ricordi, aprono conversazioni e intrecciano storie personali con quelle raccontate sullo schermo. Chi ha vissuto quegli anni riconosce luoghi, volti e trasformazioni della città; altre persone scoprono vicende che aiutano a leggere il presente attraverso il passato.
Al termine del film, il dialogo con Roberto Beani prosegue intorno a temi che parlano da vicino anche al lavoro sociale: il valore della memoria, il ruolo delle relazioni di comunità, l’accesso alla cultura e la capacità del cinema di generare partecipazione e benessere.
È da esperienze come questa che prende forma il welfare culturale: la convinzione che la qualità della vita non si costruisca soltanto attraverso il supporto assistenziale, ma anche attraverso occasioni di incontro, bellezza e condivisione. Ne abbiamo parlato con il regista.
Memoria e comunità
Nei servizi di Cadiai incontriamo spesso persone che custodiscono memorie preziose dei territori e delle comunità in cui hanno vissuto. Da qui nasce una riflessione sul valore del racconto e della memoria condivisa.
Nel documentario lei ripercorre la storia del Pilastro attraverso materiali d’archivio e testimonianze. Che valore ha restituire questa memoria a persone che quella Bologna l’hanno vissuta e a chi oggi opera nei servizi del territorio?
Credo che restituire la memoria a chi ha vissuto in prima persona quella stagione sia particolarmente importante perché offre l’opportunità di confrontare il racconto cinematografico con l’esperienza vissuta. Chi guarda il film può riconoscersi nelle storie raccontate, ma anche arricchirle con nuove letture e nuovi punti di vista.
A sessant’anni dalla nascita del Pilastro, questo confronto permette di riflettere sul percorso compiuto dalla comunità e sul passaggio di testimone tra i cosiddetti pionieri del quartiere e le generazioni successive.
Anche per chi opera nei servizi sociali può essere un’occasione preziosa: attraverso le reazioni e i ricordi delle persone anziane è possibile comprendere meglio come si sono costruiti nel tempo legami, battaglie civiche e forme di partecipazione che ancora oggi caratterizzano il territorio.
Raccontare la complessità dei territori
Di recente Cadiai ha partecipato, attraverso il servizio Spazio Donna, alla ricerca-azione Abitare i margini promossa da WeWorld, che invita a osservare le marginalità urbane andando oltre stereotipi ed etichette. Un tema che richiama da vicino anche il racconto del Pilastro, spesso descritto come un quartiere difficile. Come ha lavorato per restituirne la complessità evitando stereotipi e semplificazioni?
Più che difficile, definirei il Pilastro un quartiere complesso. La complessità ci insegna che una realtà può essere letta su più livelli e da prospettive differenti.
Per quanto riguarda l’idea di eliminare uno stigma, non credo che sia stata una ricerca consapevole né una delle motivazioni che hanno guidato la realizzazione del film. L’idea di dedicare un documentario al Pilastro è nata da Laminarie, che ha coinvolto la casa di produzione con cui collaboro, Lab Film. A partire da quella proposta mi sono candidato alla regia del progetto. Laminarie e il DOM hanno rappresentato un punto di accesso privilegiato a molte delle realtà più significative del quartiere e il lavoro si è sviluppato progressivamente grazie alle interviste realizzate e ai materiali d’archivio messi a disposizione da Laminarie, dalla Cineteca di Bologna, da Acer e dalla Biblioteca Luigi Spina.
Fin dalle prime riprese e dalle prime interviste ho capito che la cosa più importante era mettersi in una posizione di ascolto. Solo così mi sono reso conto che la maggior parte delle persone con cui sono entrato in contatto aveva una grande voglia di raccontare e di raccontarsi.
Anche il materiale d’archivio ha avuto un ruolo fondamentale, perché non si limita a mostrare come era il quartiere, ma restituisce la profondità delle relazioni, il modo di stare insieme e la ricchezza della vita comunitaria che si è sviluppata nel tempo.
Credo che sia proprio questa pluralità di voci a restituire un’immagine autentica del Pilastro, molto lontana dalle etichette semplificanti che spesso accompagnano le periferie.
Quando il cinema genera benessere
In Cadiai crediamo che creatività, arte e cultura possano contribuire al benessere delle persone e delle comunità. Per questo promuoviamo attività che valorizzano la partecipazione culturale come parte integrante della qualità della vita. Anche secondo lei il cinema documentario può avere una funzione di cura sociale?
Penso che il cinema possa avere anche un importante potere terapeutico, soprattutto perché è un’esperienza che può essere vissuta collettivamente.
Il fatto di fruire un film all’interno di una comunità crea una dimensione diversa rispetto ad altri mezzi di comunicazione. A differenza della televisione, che spesso si consuma in modo individuale e senza un vero scambio, il cinema ci mette nelle condizioni non solo di ascoltare e osservare, ma anche di percepire le reazioni delle persone che condividono con noi la stessa visione.
È un’esperienza che genera una forma di ascolto reciproco, anche silenzioso.
La dimensione collettiva della visione cinematografica è uno degli aspetti che più avvicinano il cinema ai principi del welfare culturale: la cultura come occasione di incontro, partecipazione e relazione.
Lo spazio urbano che unisce
Dalle piazze ai servizi educativi e sociali, molti progetti di Cadiai nascono dall’idea che gli spazi possano favorire relazioni, inclusione e partecipazione. Nel film emerge il rapporto tra architettura, spazi condivisi e relazioni di comunità. Quali insegnamenti possiamo trarne oggi?
L’architettura e l’urbanistica hanno la capacità di influenzare e in parte disegnare i comportamenti sociali. Il modo in cui gli spazi vengono progettati incide sulle relazioni tra le persone e sul modo di vivere il territorio.
Ci sono soluzioni che favoriscono l’incontro e la socialità. Penso a quegli spazi di passaggio e di relazione che non sono mai completamente privati, ma nemmeno del tutto pubblici, e che incoraggiano il contatto tra vicini e la costruzione di legami comunitari.
Ma forse l’intuizione più importante riguarda ciò che oggi definiamo mixité sociale. Si era compreso che un quartiere composto esclusivamente da edilizia popolare avrebbe rischiato di generare forme di segregazione, mentre la presenza di diverse tipologie abitative e di differenti condizioni sociali avrebbe favorito una maggiore integrazione e una crescita più equilibrata della comunità.
Un dialogo tra generazioni
Nei servizi della cooperativa capita spesso che persone anziane, giovani del Servizio Civile, familiari e professioniste e professionisti si ritrovino a condividere la stessa esperienza culturale, dando vita a scambi inattesi tra generazioni. Anche il suo film può diventare un ponte tra persone di età e percorsi diversi?
Me lo auguro. Nel film si parla molto del passato e qualcuno mi ha fatto notare che il presente, in particolare quello degli adolescenti e dei giovani, non trova lo stesso spazio che viene dedicato alle persone anziane e ai cosiddetti pionieri del quartiere.
Quello che ho percepito, piuttosto, è una forte frammentazione rispetto alle generazioni precedenti. Se negli anni della nascita del Pilastro esisteva una spinta molto forte verso la costruzione di una comunità e di un’identità collettiva, oggi questa dimensione appare più complessa e dispersa.
Per questo motivo ritengo che il lavoro svolto da molte realtà associative del quartiere sia particolarmente importante. Sono esperienze che continuano a ricordare quanto sia fondamentale la dimensione pubblica, il valore dello stare insieme e la capacità di muoversi in modo coordinato per il bene comune.
Nulla di ciò che esiste oggi è stato regalato. Tutto quello che i pionieri hanno costruito è il risultato di impegno, partecipazione e battaglie portate avanti nel tempo.
C’è una frase pronunciata da uno degli abitanti che mi ha colpito molto. Raccontando i primi anni del Pilastro dice: “Una volta arrivati qui, il problema era come fare a conoscerci”. Oggi sembra quasi una riflessione controcorrente. Forse sarebbe importante recuperare almeno in parte quello spirito: tornare ad avere voglia di parlare, di incontrarsi e di stare insieme negli spazi pubblici.
Quando un film riattiva la memoria
Dopo la proiezione ai Tulipani, ha avuto modo di leggere le testimonianze raccolte dalle operatrici del Centro Diurno. Che effetto le hanno fatto?
Quella che mi ha colpito di più è la testimonianza di Lauretta quando dice che il film l’ha fatta tornare a “parlare con la sua testa”. La percepisco come una specie di riconnessione, come qualcosa che accade dopo che si è pronunciata una formula, come quando si recupera l’accesso a una zona della memoria prima bloccata.
Pensare che questo “sblocco” sia arrivato attraverso la voce, o meglio dal coro delle voci raccolte nel film, mi riempie di felicità e mi fa pensare che il film funzioni in uno dei suoi intenti primari: restituire il racconto di quella storia di grande umanità che deve essere tramandata.
Un’immagine per la Bologna di domani
Se dovesse riassumere in un’immagine o in una parola l’augurio che fa alla Bologna di domani, quale sceglierebbe?
Più che una parola, sceglierei un’immagine. Non è un’immagine girata da me, ma un materiale di repertorio che compare nel film: sotto il Virgolone, le persone si riunivano per fare grandi cene semplicemente per il piacere di stare insieme, incontrarsi e parlare.
È un’immagine molto bella perché racconta una forma spontanea di socialità, senza bisogno di una motivazione particolare o di un’occasione ufficiale. C’era il desiderio di condividere uno spazio e un tempo comune.
Quelle immagini restituiscono l’impressione di una grande festa collettiva e credo che oggi possano aiutarci a riflettere su quanto fosse forte, allora, il senso della comunità e su quanto sia importante continuare a coltivarlo.
Quando la cultura diventa parte della cura
L’esperienza vissuta ai Tulipani mostra come la cultura possa diventare parte integrante dei percorsi di benessere e inclusione. Un film non offre soltanto un’occasione di intrattenimento: può favorire il dialogo, riattivare ricordi, generare relazioni e creare nuove occasioni di partecipazione.
È questa la prospettiva che guida molte delle attività culturali promosse nei servizi Cadiai: riconoscere che arte, cinema, lettura e partecipazione culturale possono contribuire alla qualità della vita delle persone, valorizzandone esperienze, relazioni e memorie.
Così, anche nei servizi di cura, la possibilità di accedere alla cultura rappresenta un’opportunità per mantenere vivo il legame con la propria storia e con la comunità, trasformando un momento condiviso in un’occasione di benessere, inclusione e cittadinanza.