Snoezelen: quando la cura è una rete condivisa

La stimolazione multisensoriale controllata può migliorare la qualità di vita di bambine e bambini nello spettro autistico. A testarne i benefici è un progetto di ricerca sperimentale guidato dalla Dr.ssa Paola Visconti, che valuta l’impatto della stanza Snoezelen di Casa delle Abilità, ponendo al centro i bisogni e le risposte individuali dei minori.

Bambina in una stanza Snoezelen

Il progetto sperimentale “Snoezelen Room e Autismo” – frutto della collaborazione tra la Cooperativa Cadiai, il Comune di Calderara di Reno, l’AUSL di Bologna – IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche e l’Università di Bologna – nasce da un incontro. Un tavolo intorno al quale si sono sedute figure professionali diverse, unite dal desiderio comune di comprendere meglio il mondo sensoriale delle bambine e dei bambini con disturbi dello spettro autistico e valutare gli effetti della stanza Snoezelen. Ha preso il via così il percorso che si è svolto alla Casa delle Abilità, lo spazio multisensoriale gestito da Cadiai a Calderara di Reno, e che ha coinvolto dieci bambine e bambini tra i due e i dodici anni. I dati preliminari sono stati presentati nel corso del convegno “Snoezelen e Autismo. Un progetto di cura sull’importanza dell’approccio Snoezelen per i disturbi dello spettro autistico. Esiti e prospettive” organizzato da Cadiai e dal Comune di Calderara di Reno lo scorso 11 ottobre nella Casa della Cultura del comune bolognese.

Un’esperienza da sistematizzare

A raccontare il progetto è Paola Visconti, Responsabile UOSI Disturbi dello Spettro Autistico (UOSI ASD) di Bologna, supervisore del percorso che si è svolto da ottobre 2023 a luglio 2025. Per lei la riflessione sulla sensorialità non è nuova: con il tempo, è diventata una chiave di lettura fondamentale per capire quanto un’alterata percezione sensoriale possa rendere difficile la quotidianità e l’interazione con il contesto. Da qui, l’interesse verso interventi capaci di restituire alle bambine e ai bambini esperienze sensoriali calibrate, come quelle proposte nella stanza Snoezelen.

L’idea iniziale è stata di osservare direttamente la stanza, capire come potesse essere utilizzata e quali fossero le sue potenzialità. Il rapporto professionale già consolidato con il dottor Domenico Neto, Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva e operatore Snoezelen e con Cadiai, con cui esisteva già una collaborazione, nell’ambito del consorzio SCU.TER, ha favorito il concretizzarsi del progetto.

La griglia di osservazione e l’importanza della misurabilità

L’occasione è nata da un episodio raccontato proprio da Domenico Neto: una bambina, all’interno della stanza Snoezelen, aveva pronunciato per la prima volta la parola “mamma”. Da qui la decisione di intraprendere un percorso per sistematizzare l’osservazione e costruire un vero e proprio progetto, basato su parametri misurabili.
Tramite la partecipazione di due professionisti facenti parte della UOSI ASD, Marco Negrini (Educatore) e Karine Frantellizzi (TNPEE), sono state prese in considerazione due aree: l’area socio relazionale con osservazione del contatto oculare, del linguaggio e della risposta all’operatore e i comportamenti stereotipati, visivi, motori, vocalici. Lo scopo era osservare come questi elementi potessero cambiare in seguito a un percorso combinato di trattamento neuropsicomotorio e esperienza nella stanza Snoezelen.

Metodologia rigorosa per risultati affidabili

L’équipe ha lavorato per mesi per mettere a punto strumenti che permettessero di osservare cambiamenti significativi. La relazione, infatti, è un concetto ampio e qualitativo: per renderla oggetto di ricerca, servivano parametri concreti, prerequisiti osservabili come il contatto oculare, i gesti, le posture, i suoni prodotti.
Ogni seduta prevedeva la presenza di un osservatore oltre all’operatore e la videoregistrazione delle sessioni per ridurre l’incidenza di valutazioni soggettive. Nonostante le difficoltà legate alle variabili ambientali e comportamentali, la continuità del medesimo operatore ha garantito coerenza e affidabilità dei risultati. La griglia utilizzata, pur non essendo un test standardizzato, si basa su una scala Likert che misura la frequenza e l’intensità dei comportamenti osservati, consentendo di descrivere l’evoluzione dei singoli bambini.

Verso un modello condiviso di intervento

I primi risultati, sono incoraggianti. Si è osservato un decremento dei comportamenti stereotipati, soprattutto di tipo vocale e motorio, e un incremento delle iniziative sociali: maggiore contatto visivo e interazione con l’operatore.

Quello condotto finora è definibile come uno “studio aperto”, un primo passo verso una metodologia più rigorosa, in cui la collaborazione e condivisione è stata determinante: dall’equipe della UOSI Disturbi dello Spettro Autistico di Bologna, alla professoressa Maria Grazia Benassi dell’Università di Psicologia di Bologna, che ha curato l’analisi psicometrica, al contributo operativo di Cadiai con le sue diverse figure professionali coinvolte fino al supporto del Comune di Calderara di Reno.

Ciò che emerge con forza da questa esperienza è proprio il valore della collaborazione multidisciplinare. L’autismo non può essere affrontato da un solo gruppo di professionisti: servono sinergie tra sanità, ricerca, enti locali e famiglie.
La famiglia, in particolare, è il fulcro di questo percorso. Riceve formazione, partecipa attivamente alla comprensione e alla valutazione dei risultati, restituisce feedback sulle attività svolte.

Casa delle abilità