La cura ha bisogno di metodo

Dal Centro Diurno Il Castelletto ai Musei Civici di Bologna, l’esperienza di Stella Diotto racconta come formazione, metodo e lavoro di rete possano integrare il welfare culturale nei percorsi di cura. Un approccio che mette in relazione servizi, famiglie e istituzioni culturali e apre nuove prospettive di collaborazione sul territorio.

Il Castelletto al museo

Portare la cura fuori dai luoghi in cui siamo abituati a immaginarla significa anche acquisire nuove competenze. È il percorso fatto da Stella Diotto, animatrice del Centro Diurno Il Castelletto, che dopo una formazione specialistica della Rete MADER – Musei per l’Alzheimer e le Demenze Emilia-Romagna – ha curato un ciclo di incontri ai Musei Civici di Bologna insieme alle persone che frequentano il centro e ai loro familiari.

Un’esperienza di welfare culturale che parte dall’incontro con le opere, ma soprattutto da un metodo capace di trasformare la visita al museo in un’occasione di partecipazione, relazione e benessere.

Stella Diotto ci ha raccontato come funziona e che cosa ha portato questa esperienza nel lavoro quotidiano.

Che cosa cambia rispetto a una visita tradizionale al museo?

«Cambia prima di tutto il ruolo delle persone che partecipano. Nelle esperienze precedenti i contenuti arrivavano soprattutto dall’esterno; con questo metodo, invece, le persone diventano protagoniste, osservano, interpretano ed esprimono liberamente quello che un’opera suscita in loro.

Si parte già dall’accoglienza. Prepariamo dei cartellini con i nomi, perché chiamare una persona per nome significa riconoscerla: significa dirle “tu sei qui, tu conti”. Poi ci muoviamo negli spazi del museo e ci raccogliamo intorno a una o due opere. Chi conduce propone domande aperte, lasciando a ciascuna persona il proprio tempo e accogliendo ogni contributo senza giudicarlo.

Le parole vengono raccolte, trascritte e alla fine restituite al gruppo, fino a diventare insieme una storia o una poesia. Non ci sono interruzioni né giudizi. Si ringrazia anche quando una frase sembra non avere un “senso compiuto”, perché ciò che conta è la presenza, il benessere, il sorriso».

Il metodo dietro l’esperienza

Perché un’esperienza culturale possa entrare realmente in un percorso di cura, però, non basta scegliere un museo o un’opera. La formazione diventa il passaggio che permette di acquisire strumenti e costruire una pratica consapevole.

Che cosa ti ha dato, concretamente, il percorso di formazione MADER?

«La formazione garantisce che l’approccio culturale non sia improvvisato, ma fondato su basi metodologiche solide e orientate al benessere. Permette di superare la semplice successione di attività per arrivare a un modello che mette realmente la persona al centro.

Il metodo ci insegna a riconoscere i tempi individuali, evitare il giudizio, chiamare per nome, validare le parole e la storia di ciascuno. In questo modo ogni gesto assume un valore diverso e restituisce dignità, ascolto e presenza.

La bellezza e il contesto museale sono il medium di questa esperienza; il metodo è ciò che permette di generare benessere, relazione e partecipazione autentica».

Costruire una rete intorno alla cura

Nel ciclo di incontri sono stati coinvolti anche familiari e altre figure professionali. Una scelta che allarga il percorso oltre la relazione tra la singola persona e il museo e mette in comunicazione competenze e punti di vista differenti.

Perché è importante che esperienze come questa siano costruite insieme?

«La complessità della cura richiede alleanze. Formare chi lavora nei servizi e coinvolgere le famiglie e le istituzioni culturali significa creare un ecosistema condiviso, nel quale il benessere della persona diventa un obiettivo comune.

Attraverso la formazione e la condivisione degli strumenti si costruiscono una visione e una base comuni, capaci di orientare le pratiche. Anche il museo può diventare così un punto di riferimento per la comunità, parte integrante della vita cittadina e non soltanto un luogo da visitare».

Dal servizio al confronto con il territorio

Il 24 settembre l’esperienza è entrata in un confronto più ampio. Al MAMbo – Museo Morandi di Bologna, l’incontro “Al museo dico la mia!” ha riunito realtà culturali, sociali e sanitarie impegnate nei percorsi rivolti alle persone che vivono con disturbi cognitivi e demenze e a chi se ne prende cura.

Cadiai ha partecipato portando l’esperienza sviluppata insieme al Museo Civico Archeologico. Diotto è intervenuta nell’incontro “I nostri avi avevano una bella testa: l’esperienza al Museo Archeologico”, insieme alle professionalità museali coinvolte nel progetto e a Stefano Grassi, psicologo Cadiai.

Proprio in occasione della giornata è stato firmato il Protocollo d’intesa “Bologna Comunità Amica delle Persone con Demenza”, che riunisce Comune e Azienda USL di Bologna, ASP Città di Bologna, Università di Bologna e le associazioni ARAD APS-ETS e Non Perdiamo la Testa APS. L’obiettivo è rafforzare una rete già attiva e rendere sempre più ampia e strutturata la risposta della comunità, contrastando lo stigma e favorendo l’inclusione delle persone con demenza e delle loro famiglie.
In questo percorso anche la cultura trova spazio come parte di una risposta più ampia: musei e altre istituzioni culturali possono contribuire, insieme ai servizi sociali e sanitari, a costruire occasioni accessibili di relazione, partecipazione e benessere.

Il passaggio successivo è trasformare le singole esperienze in una pratica condivisa. Come sottolinea Stella Diotto: «Metodo e qualità condivisa: solo così un’esperienza può diventare sistema. Per sostenere un sistema servono continuità, cura e una base comune che unisca tutte le persone coinvolte».

Centro Diurno Il Castelletto