Consorzio Karabak. Un dialogo con Rita Ghedini
10 nidi d’infanzia realizzati, 700 tra bambine e bambini del nostro territorio accolti ogni anno. Sono questi i numeri del Consorzio Karabak a 20 anni dalla sua nascita. Dietro questa storia non c’è solo quantità, c’è soprattutto la qualità di un progetto di innovazione sociale. Ce lo racconta Rita Ghedini (Presidente Cadiai dal 1999 al 2008 e oggi Presidente di Legacoop Bologna) nel dialogo che vi riportiamo.

D: Rita, i venti anni di Karabak in una parola e un’immagine.
R: La parola, anzi le parole, che questa esperienza mi evoca sono donne, competenza e comunità. Da qui siamo partite e cresciute. L’immagine è quella dei sorrisi e delle corse delle tante bambine e tanti bambini che in tutti questi anni hanno attraversato i nostri spazi.
D: Ci racconti gli inizi. Come nacque un Consorzio dedicato ai servizi per l’infanzia?
R: C’era un modello di riferimento, il “Progetto Unosei” inaugurato da Cadiai nel 1999 sotto la presidenza di Paola Menetti. Devo aprire una parentesi su questo progetto. Si trattava di un modello innovativo di co-progettazione pubblico privato in un periodo in cui non esisteva ancora la normativa sulla finanza di progetto. C’era comunque un clima già favorevole alla collaborazione tra istituzioni e soggetti privati e l’idea si concretizzò in una gara nella quale alcune imprese cooperative si unirono in un modello inedito per rafforzare la qualità dell’offerta. A Cadiai si unirono una cooperativa di costruzioni e una della ristorazione e funzionò. “Progetto Unosei” fu un prototipo in più sensi: nella riqualificazione della struttura, nelle relazioni tra cooperativa e pubblica amministrazione, nella lettura dei bisogni del territorio e nella capacità di modellare insieme risposte condivise. Fu anche la prima scuola di continuità educativa da 1 a 6 anni a Bologna, anche qui anticipando la futura normativa nazionale sullo 0–6.
D: Un momento storico davvero importante.
R: Il Comune di Bologna voleva aumentare gli standard di accoglienza per la prima infanzia, avvicinandosi al 33% di copertura previsto dalle direttive europee.
C’era fermento pedagogico e politico, si dibatteva sulla continuità educativa tra nido e scuola dell’infanzia, le prime sezioni primavera, la crescita dell’occupazione femminile e quindi del bisogno di servizi per l’infanzia per favorire la conciliazione vita lavoro.
C’era volontà politica di innovare e, parallelamente, un interesse del mondo cooperativo a essere protagonista di questa sfida.
“Progetto Unosei” piacque alle famiglie e alla pubblica amministrazione, generando un alto grado di soddisfazione. Il Consorzio Karabak fu pensato per strutturare l’esperienza in modo stabile. Il progetto Karabak fu favorito anche da un cambiamento legislativo – l’introduzione della prima normativa transitoria sulla c.d. “finanza di progetto” – che facilitò la costituzione di un pool intercooperativo che si prefisse l’obiettivo di comprendere e utilizzare gli strumenti finanziari e costruire proposte di lungo periodo. La prima proposta al Comune di Bologna ebbe come esito la nascita dei nidi Abba e Elefantino Blu.
D: Che significato assumeva la parola “innovazione” in quegli anni
R: Era un periodo in cui di innovazione si parlava meno, ma ne facevamo davvero molta e su molti livelli. C’era innovazione nelle relazioni e nel dialogo tra cooperazione e amministrazione pubblica. C’era nella progettazione, rappresentata da una scuola che integrava cura, accoglienza ed educazione.
E c’era l’innovazione territoriale e sociale, nel modo di leggere i bisogni e costruire le risposte insieme agli enti pubblici. Anche l’idea di ambiente educativo veniva ripensata: l’ambiente come parte della relazione educativa. Pensiamo, ad esempio, alla bioarchitettura.
D: Ricorda anche momenti difficili?
R: Si parlò di “privatizzazione” dei servizi, sottovalutando gli impatti positivi di questo modello di gestione. Poi il riscontro positivo della comunità e delle bambine e dei bambini stessi indirizzò le opinioni nella giusta direzione. Dal punto di vista operativo Cadiai e la cooperazione potevano contare su un’esperienza imprenditoriale matura e su una forte spinta alla collaborazione. Tutto andò nel verso giusto.
D: Cosa ripenserebbe del modello Karabak alla luce delle nuove sfide dei servizi educativi?
R: Credo che l’esperienza Karabak possa essere ancora oggi una fonte di ispirazione per affrontare le nuove sfide.
Fu una forma avanzata di collaborazione pubblico–privato, con una forte componente sociale e capacità di innovazione imprenditoriale. Dovremmo ritrovare quella capacità di mettere insieme competenze differenti e di costruire relazioni di fiducia, per garantire qualità, continuità e sostenibilità. Credo che oggi le differenze culturali e lessicali tra i diversi soggetti coinvolti frenino le potenzialità della co-progettazione. È un nodo culturale prima ancora che normativo: la cooperazione è ancora troppo spesso percepita come sussidiaria, mentre l’esperienza dei Karabak dimostra che può essere partner paritario nella produzione dei servizi.
D: Come è cambiato il modo in cui le famiglie vivono il rapporto con i servizi educativi e, più in generale, il significato stesso di comunità.
R: La trasformazione è profonda e sotto gli occhi di tutti. Le forme collettive di espressione e di rappresentanza sono più frammentate, la partecipazione stessa vive di fiammate.
Per la cooperazione, la sfida è rafforzare il dialogo con la comunità, recuperando il senso del rapporto mutualistico, che consente di leggere i bisogni e costruire risposte collettive.
La base sociale delle cooperative è un patrimonio prezioso, ma occorre riconoscere che i bisogni delle persone sono più complessi e una risposta significativa deve essere pensata insieme: cooperazione, amministrazioni e cittadini. Non due ma tre voci, per un piano di condivisione reale intorno alle sfide del welfare e dei servizi alla persona.
D: Dove si gioca oggi la vera innovazione nei servizi all’infanzia?
R: Sulla stabilità, sulla qualità e sulla concretezza dei progetti educativi. Affinché ci sia continuità 0-6 seppure nella flessibilità dei tempi e degli spazi.
Serve anche una cultura condivisa che ci consenta di tradurre in pratiche concrete gli strumenti di co-progettazione e co-programmazione, evitando che restino solo sulla carta.
Anche in questo Karabak con i suoi venti anni resta un esempio da seguire, un modello di sviluppo sostenibile, fondato su qualità, partecipazione e responsabilità.
Ai cambiamenti e alle sfide dalla nostra epoca rispondiamo con un approccio cooperativo e comunitario. È una visione che crea speranza.