Dal ritiro sociale alla ricerca scientifica
L’esperienza di Spazio Forteen approda su Phenomena Journal
Il lavoro quotidiano di Cadia nel supporto delle giovani persone con vulnerabilità diventa oggetto di riflessione scientifica internazionale. È stato recentemente pubblicato sulla rivista di neuroscienze Phenomena Journal l’articolo “Il ruolo del disturbo dell’internet gaming disorder nel ritiro sociale in adolescenza: lo spazio Forteen come esempio di intervento multidisciplinare“.
L’articolo nasce da una sinergia multidisciplinare che ha coinvolto sociologi di Cadiai, psicologi, accademici e la figura innovativa dell’EduGamer, con l’obiettivo di analizzare le buone prassi sviluppate presso lo Spazio Forteen di Bologna.
Comprendere il ritiro sociale e il Gaming Disorder
Il fenomeno del ritiro sociale è un processo complesso di allontanamento dalle interazioni sociali, spesso associato a sofferenza psichica e crisi di autonomia in risposta a un mondo percepito come eccessivamente performativo. In questo contesto, l’Internet Gaming Disorder (IGD) può diventare un “rifugio emotivo” che, se da un lato offre protezione dalle ansie esterne, dall’altro rischia di alimentare l’isolamento e il distacco dalla realtà.
Il “Modello Forteen” e il progetto Chillout
Presso lo Spazio Forteen, Cadiai accoglie giovani tra i 15 e i 25 anni che vivono situazioni di fragilità psichica, ritiro e fobia scolare. La pubblicazione mette in luce come il gaming collettivo in presenza possa trasformarsi da elemento di isolamento in una potente risorsa educativa.
Attraverso la mediazione dell’EduGamer, i ragazzi e le ragazze passano dall’isolamento a “microcosmi relazionali” sicuri, dove possono sperimentare la gestione delle emozioni senza l’ansia della prestazione. Questo approccio è ulteriormente potenziato dal progetto Chillout, che offre laboratori artistici di street art, musica e ceramica, trasformando lo spazio in un “contenitore emotivo” capace di infondere fiducia e supportare il reinserimento sociale.
Un cambio di paradigma nella cura
L’articolo propone un cambio di paradigma: non “patologizzare” a priori l’isolamento digitale, ma comprendere i nuovi linguaggi degli adolescenti per co-costruire percorsi di cura personalizzati. “Sono i ragazzi e le ragazze a insegnarci le logiche della cura,” sottolineano gli autori, evidenziando come l’integrazione tra sociologia, psicologia e competenze digitali sia la chiave per affrontare le nuove sfide della salute mentale giovanile.
Restituire alle persone giovani uno sguardo aperto a nuove possibilità significa, prima di tutto, riconoscere il valore della loro unicità all’interno del legame sociale.